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LIVIA TURCO 

personali proposte riforma adozioni 1997 ministro Livia Turco [modifica]

Foto del Senatore Livia TURCOLA SPERANZA DISILLUSA

 DI LIVIA TURCO 

 

MIE PERSONALI PROPOSTE RELATIVE ALLA RIFORMA DELLE ADOZIONI  A LIVIA TURCO

         Cremona, 15 Dicembre 1997

Alla c.a. del Ministro per la solidarietà sociale

On. Livia Turco

Roma

Oggetto: invio proposte adozioni, affido, handicap, ragazze madri, pedofilia

                per l’emanazione di un decreto legge per abolire gli istituti.

Illustre Ministro Turco,

       con la presente Le invio alcune semplici proposte che riguardano il non ancora purtroppo risolto problema delle adozioni nel nostro paese.

      Il suo piano dell’infanzia è per certi aspetti rivoluzionario, soprattutto se si pensa che nel 1995 l’Onu bocciò il nostro Belpaese per quanto riguarda l’applicazione della convenzione sui diritti dell’infanzia. Il suo piano però me lo consenta è monco, in quanto manca di una priorità assoluta!! L’abolizione degli istituti medesimi.

      Solo se Lei avrà la forza e il coraggio di presentare un decreto legge al Consiglio dei Ministri che abolisca questi vuoti costosi e inutili contenitori, si potrà veramente sconfiggere il business miliardario che sono il vero aut per far decollare le Adozioni.

      Non è certamente utopia pensare di dare la possibilità a tanti sfortunati bambini un futuro che li veda finalmente soggetti attivi del proprio destino e non più passivi come purtroppo oggi sono.

      Nella speranza che questa mia non venga cestinata, mi è gradita l’occasione per porgere a Lei e alla Sua famiglia i miei più sentiti auguri di buon feste.

m.p

 

(Queste sono le mie proposte per l’infanzia abbandonata inviate al ministro Livia Turco)

 

ADOZI0NI – AFFIDO – HANDICAP - RAGAZZE MADRI - PEDOFILIA

PROPOSTE PER UN DECRETO LEGGE PER  ABOLIRE GLI ISTITUTI

 

1° Punto)  GLI ISTITUTI

Negli istituti i bambini sono considerati dei soggetti passivi. Tutto viene programmato. Questi istituti o strutture di tipo familiare che  di familiare hanno solo il nome non sono in grado di dare amore, di dare affetto. L’istituto sia esso anche piccolo, non potrà mai prendere il posto della famiglia. Il diritto di ogni bambino è di avere una famiglia e non il contrario.

Lo stato negando questo diritto è da ritenersi uno stato incivile.

 

PROMEMORIA

 

A)  Aattualmente su 40mila bambini richiusi in istituto, ci sono più di  60mila domande di adozione all’anno.

B)  Lo stato per il loro mantenimento spende all’anno circa 2400 miliardi, 200 miliardi al mese. In media dai 4 ai 6 milioni per bambino

C)  A livello nazionale non è mai stato fatto un vero e proprio censimento, da qui si può dedurre che i soldi pubblici erogati a tutt’oggi siano dati senza un dovuto e legittimo controllo

 

2° Punto)  IL BUSINESS DEGLI ISTITUTI

E’ comprovato che molti istituti, grazie ai miliardi pubblici e a coperture politiche sono riusciti a costruire megastrutture, con l’assunzione di personale. E’ logico quindi che le strutture che dovrebbero avere lo scopo di far tornare i piccoli in famiglia tendono a tenerseli per riscuotere i contributi pubblici. Questa speculazione potrebbe essere evitata con l’affido.

 

3° Punto) L’AFFIDO

Alcuni bambini parcheggiati in istituto, non sono dichiarati adottabili dal tribunale dei minori perché non sono in stato di completo abbandono. In genere sono bambini privi di una assistenza familiare: figli di tossicodipendenti, psicologicamente instabili, senza reddito. Per questi minori l’unica alternativa all’istituto è l’affidamento temporaneo ad una famiglia disponibile.

 

4° Punto)  ORFANI DISABILI

Se per gli orfanelli “normali” è difficile essere adottati, per i soggetti disabili è quasi impossibile. Dico quasi, perché alcune coraggiose famiglie hanno adottato alcuni bambini disabili, ma sono talmente rare queste adozioni che si possono contare sulle dita di una mano. Per questi bambini che io ritengo due volte sfortunati lo stato dovrebbe dare il meglio che ha… invece si limita ad usare i soliti istituti per parcheggiarli

 

PROPOSTE

1a  PROPOSTA)  ABOLIZIONE DEGLI ISTITUTI

Il Governo con un decreto legge delibera l’abolizione degli istituti. (ipotesi: tali istituti potrebbero essere riconvertiti per allocare tutti coloro i quali hanno bisogno di un tetto vedasi: barboni, extracomunitari, drogati ecc) La chiusura degli istituti porterebbe un risparmio di circa 2400 miliardi. Con una parte dei soldi si potrebbero aiutare:

a)      Riqualificare con corsi annuali tutti coloro che operano in questo specifico settore: assistenti  sociali, educatori, giudici ecc. Attualmente i giudici operano sulla base di un regio decreto del 1934. E’ pazzesco occuparsi di bambini degli anni 90 con un decreto pensato sessantatrè anni fa. Una giustizia che a volte è incompetente per i giudici non è infatti prevista  una preparazione specifica (psicologica. Sociologica ecc) in tema di infanzia. Oggi una specializzazione è richiesta solo ai presidenti di tribunale e di procura.

b)      Orario di lavoro: con adeguati incentivi economici, garantire la presenza degli operatori nell’intero arco della giornata.

 

2a PROPOSTA) INCENTIVARE L’AFFIDO

L’affido deve essere l’ultima spiaggia. Solo quando la famiglia è patologicamente irrecuperabile si deve pensare all’affido. La priorità assoluta va data ai parenti. Solo quando non c’è accoglienza da parte di questi ultimi, allora si dovrà vagliare le numerose famiglie in attesa. Le famiglie affidatarie non devono però essere lasciate sole. Psicologi e assistenti sociali li dovranno seguire. Vale anche per queste un doveroso contributo economico (buoni per vestiti, per generi alimentari ecc, sono contrario ad elargizioni in denaro per non creare lucro da parte di taluni volpini)

 

3a PROPOSTA) AIUTARE GLI ORFANI PORTATORI DI HANDICAP

Questo è un tasto molto delicato, se pensiamo che attualmente sono migliaia i bambini disabili che vivono negli istituti. Per loro oltre al non amore ricevuto c’è l’handicap fisico-intelettivo. Per questi bambini 2 volte sfortunati bisogna fare tutto il possibile per poter permettere a loro di vivere con dignità, favorendo per questo il loro apprendimento, con conseguente inserimento nella società. Per fare questo, tramite i miliardi risparmiati dalla chiusura degli istituti, lo stato, potrà dare, ad ognuno di loro uno psicologo ed un assistente sociale specializzato con turnazioni per garantire una presenza continua e quindi efficace. Come ultima spiaggia se  non è  possibile l’adozione o l’affidamento, sia possibile il loro collocamento in micro case famiglia.

 

4a PROPOSTA) AIUTARE LE RAGAZZE MADRI

Premesso che bisogna iniziare tramite i mass-media a fare una capillare propaganda per far conoscere alle ragazze, che esiste una normativa che dà la possibilità alle gestanti, che non intendono riconoscere il proprio bambino, di partorire nel più assoluto anonimato negli ospedali. In 2 anni in Italia, sono stati buttati nei cassonetti delle immondizie 650 bambini vivi. Non tutti sono stati salvati, a questi 650 ritrovati bisogna aggiungere certamente altri che non sono mai stati trovati. Una media di un bambino o più, al giorno è stato buttato nelle immondizie come un qualsiasi rifiuto…

A queste ragazze che attualmente vivono in comunità o piccole case famiglia, dovrà essere data una casa, un lavoro e un continuo sostegno psicologico.

 

5a PROPOSTA) CREAZIONE DI UN OSSERVATORIO PERMANENTE NAZIONALE SULLA INFANZIA ABBANDONATA

La medesima avrà lo scopo di controllare e monitorare le variegate realtà locali, ciò dovrà essere supportato dalle Regioni, Province e Comuni.

 

6a PROPOSTA) COMBATTERE LA PEDOFILIA

Con decreto d’urgenza per combattere questi mostri bisogna intervenire con la castrazione chimica e i lavori forzati.

 

MANCANO ALL’AFFIDO VENTIMILA BAMBINI

LE ASSOCIAZIONI ACCUSANO LE ISTITUZIONI

E LANCIANO UNA CAMPAGNA PER CHIUDERE GLI ISTITUTI.

      VENTIMILA. Tanti sono i minori che in Italia sono ancora rinchiusi in centri o case alloggio. Perché, in molte Regioni l’affidamento familiare è ancora sconosciuto e la legge fa di tutto per scoraggiare le famiglie che vogliono prendersi cura di un ragazzo.

      La soluzione? I genitori devono essere sostenuti e diventare i consulenti di tribunali e servizi sociali.

      UN APPELLO PER SVUOTARE GLI ISTITUTI.

      TANTI SONO I MINORI CHE RISULTANO RICOVERATI IN ISTITUTO (perché tale è non solo la mega struttura stile orfanotrofio di una volta, ma anche la più moderna e agile casa alloggio) dal censimento effettuato dal  Centro Nazionale di Documentazione e Analisi sull’Infanzia e l’Adolescenza che ha sede a Firenze.

      Bambini dimenticati? Si, secondo l’Anfaa  che, anzi parla di 20 mila minori istituzionalizzati aggiungendo ben 4 mila bambini disabili non conteggiati nel censimento ministeriale del giugno’98. E che lancia una massiccia campagna di mobilitazione perché  si possa finalmente dire “Istituti mai piu’: Come? Puntando sull’affido.

                                                     TESTIMONIANZE

TUTTI A CASA

      Ci sono parole che passano di moda prima ancora che subiscano il medesimo destino i concetti  che accompagnano. Molti parlano di dolori e sofferenze: in qualche modo si vorrebbe non pronunciarle più, quasi che si potesse provocare l’incantesimo di far sparire anche la realtà che rappresentano.

ONRFANOTROFI, si diceva un tempo e poi non si è detto più. Strutture residenziali educativo-assistenziali si scrive oggi come spiega l’indagine del Centro Nazionale di documentazione e di analisi per l’infanzia, ma in fondo si vuol indicare cosa. Perché i tempi sono cambiati ma gli “innocenti” (come venivano definiti i bambini in uno degli istituti storici, l’Ospedale degli innocenti di Firenze) quelli sì, ci sono ancora. Figli di nessuno, “esposti”, “abbandonati” erano gli ospiti di un tempo, sostituiti oggi dai bambini allontanati da genitori violenti o che non sono in grado di prendersene cura, dai figli di tossicodipendenti, di madri extracomunitarie che lavorano come colf, o di coppie che hanno raggiunto livelli di conflitto tali da arrivare a usare i bambini come “armi”, come oggetti da lanciare, per poi riprenderli e dimenticarli di nuovo… Le chiamano “nuove povertà”, ma le sofferenze sono sempre quelle, anche se le strutture non sono più le stesse di un tempo, (…)

      Chi sono e da dove vengono questi bambini? Ecco le domande che rimangono aperte. Al momento è da segnalare l’importanza di questa prima indagine, che molti invocano da tempo. A lungo è stata citata una cifra, 40.000 bambini, a cui si sarebbe  “scesi” dagli oltre 200.000 ospiti che si contavano circa venticinque anni fa. Ma dati certi non erano finora disponibili. “La rilevazione, che  ha preso in considerazione il periodo tra l’1 gennaio e il 30 giugno 1998, ha individuato realtà uguali che portano nomi diversi e viceversa, spiega Stefano Ricci, del Centro nazionale di documentazione: “Abbiamo registrato circa 1.900 strutture. La realtà del paese in questo settore è assai variegata, anche se abbiamo potuto constatare la tendenza alla diminuzione della presenza di grandi istituti. Il 75 per cento  del totale ospita da 1 a 10 minori, il 15 per cento da 11 a 20, mentre il restante 10 per cento accoglie un numero di ragazzi superiore a 20. I bambini assistiti negli istituti al 30 giugno 1998 sono risultati 14.440. Con gli ultimi dati ancora in via di rilevazione potrebbero presumibilmente  diventare 16.000. Più della metà (il 54 per cento) è rappresentata da ragazzini tra i 7 e i 14 anni, mentre i quindici-diciottenni rappresentano il 32  per cento e i piccoli (sotto i sei anni) il 14 per cento. I primi dati della ricerca rendono conto anche di profonde differenze geografiche, con punte di presenze nelle regioni meridionali (in testa a tutte la Sicilia, dove vive il 15, 5 per cento del totale dei bambini istituzionalizzati) e in Lombardia (13,5 per cento). Anche se, mettendo in relazione i risultati della ricerca con il numero dei minori residenti in ciascuna regione, la classifica muta e vede in testa la Calabria (con 0,27 per cento) e dalla Sicilia (0,20 per cento).

      A queste prime stime spiega Stefano Ricci, segue ora la fase di verifica e di confronto che stiamo facendo con le regioni, per incrociare i dati, tenendo conto che la rilevazione non riguarda le strutture sanitarie e i convitti. Anche i collegi, in cui vivono molti ragazzi che studiano lontano da casa, non sono stati presi in considerazione per ragioni di chiarezza. Una scelta metodologica che comunque non contraddice i molti, psicologi, educatori e pedagogisti, che sottolineano il rischio di abbandono insito in alcune situazioni di “parcheggio”, per quanto costoso e “dorato” possa essere. Mettere tutto in un unico calderone sarebbe pericoloso, spiega Ricci. Mentre partendo dai dati delle ricerca è possibile riflettere sui diversi tipi di struttura residenziale educativo-assistenziale, e quindi affrontare con chiarezza questo tema e ragionare sulla qualità dell’accoglienza. La riflessione sulla qualità ha favorito negli ultimi decenni la nascita di numerose iniziative alternative al ricovero in istituto.

      Se un bambino  non ha una famiglia propria, si sono chiesti in molti, perché non spalancargli le porte di un’altra? L’affido, in primo luogo. È diventato, prima con fatica e poi sempre più agevolmente (almeno in alcune aree del Paese), un generoso servizio da parte delle famiglie, delle associazioni e dei Comuni.

      Evitare che migliaia di bambini trascorrano gli anni fondamentali della vita in istituto è, del resto, uno dei propositi che lo stesso dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio si è proposto. E’ scritto, infatti, nel Rapporto sulla condizione dei minori in Italia: <L’istituto, anche il migliore, non è in grado di dare risposte adeguate ai fondamentali bisogni del minore.

      Può certo appagare il bisogno di protezione dal caldo e dal freddo, il bisogno di ottenere il nutrimento gli è indispensabile per la crescita fisica, di avere quell’ambiente igienicamente adeguato che lo protegge dalla malattie, di essere istruito a livello scolastico. Ma non è in grado di dare risposte esaustive a quello che è il bisogno primario di un soggetto in età evolutiva: realizzare in modo compiuto un regolare processo di identificazione personale e di socializzazione>.

      Capita spesso che un bambino venga allontanato dai genitori per un breve periodo. Ma altrettanto spesso succede che la permanenza in istituto si allunghi.

      La ricerca segnala che il 28 per cento dei bambini vivono in queste strutture per un periodo che va dai tre mesi a un anno, mentre il 21 per cento si ferma da uno a due anni, il 28 per centro da due a cinque  e il 12 per centro oltre i cinque anni.

      Da qualunque punto si osservi il problema, come ha più volte osservato il Coordinamento nazionale “Dalla parte dei bambini”, si giunge alla conclusione dell’urgenza di un impegno da parte delle istituzioni a favore di un’accoglienza “famigliare”.

      Anche in questo settore, tuttavia, occorrerebbe fare una chiarezza che favorisca l’uniformità di trattamento, per evitare che un bambino sfortunato lo sia ancora di per  essere nato in una zona “sbagliata”.

TESTIMONIANZE

TROPPI MINORI PRIGIONIERI DEI NOSTRI RITARDI

Milano. Bambini parcheggiati in istituto in attesa di una famiglia adottiva che restituisca loro un’infanzia negata. Bambini dimenticati per anni, nell’attesa vana che i loro genitori mettano la testa a posto e si ricordino di volergli bene. Intanto passano gli anni, i più delicati nella vita di un uomo, quelli che lasceranno un segno. E tanti, troppi bambini in quell’orfanotrofio fanno in tempo a diventare ragazzi, a volte persino a raggiungere la maggiore età, prima che un Tribunale prenda la decisione che avrebbe cambiato la loro vita. Perché? Troppi operatori aspettano passivamente che una coppia faccia domanda di adozione, dice Rosalba De Luca, responsabile dell’ufficio affidi del Comune di Catania, invece soprattutto per i casi più difficili, come per i bambini malati o traumatizzati, occorre che gli assistenti sociali si mettano in cerca della famiglia giusta, facciano conoscere il caso, spesso l’accoglienza nasce inaspettata, quando si viene a sapere che un minore è solo….” Dovrebbe essere una missione più che un mestiere, ma non sempre è così: Spesso manca la collaborazione tra assistenti sociali e giudici del Tribunale dei minori. Così tra la segnalazione di un caso critico e la dichiarazione di adottabilità di un bambino passa tanto tempo che a volte ne va della sua salute mentale”. Quando va bene, un anno: Inoltre qui al Sud – continua la responsabile dell’ufficio affidi una malintesa cultura della famiglia a tutti i costi crea “catene” di genitori inadeguati. Alla fine abbiamo intere dinastie di maltrattati: basterebbe conoscere la storia di queste famiglie per stabilire in tempi rapidi di togliere loro il minore, invece si cerca per anni di salvare il salvabile. Così la catena va avanti…”E’ giusto tentare di tutto perché la famiglia resti unita, ma non all’infinito: “Da noi il Tribunale non concede l’affido lungo nemmeno se i genitori hanno un’insufficienza mentale permanente”. Di fondo manca un’intesa: “Non ci si incontra sul concetto di abbandono. A volte si pensa che se la madre è in vita in fondo c’è, quando in realtà può essere più assente che da morta”. E tante altre cose non funzionano: “I giudici non esigono dal servizio sociale le relazioni entro i tempi stabiliti. Gli psicologi con il pretesto della privacy non stilano le loro diagnosi. Gli operatori con il pretesto della privacy non stilano le loro diagnosi. Gli operatori non eseguono le verifiche periodiche…” Si dice sempre che al Nord va meglio le fa eco Liliana Carollo, assistente sociale a Vicenza, da oltre 30 anni impegnata sul fronte dell’infanzia, invece i tempi sono eterni non certo a misura di bambino”. Anche qui tanti gli ingranaggi difettosi: “Al di là dell’oggettiva difficoltà delle situazioni che incontriamo, pesa la disorganizzazione dei servizi sociali: psicologi ed assistenti si succedono in un continuo turn over”, sa, il nostro è un lavoro stressante, che non ha orari…” Una missione, appunto, ma non tutti sono all’altezza”: “Ogni volta che cambia l’operatore il bambino perde un punto di riferimento, il lavoro sulla famiglia ricomincia da zero, le nuove relazioni per il tribunale contraddicono le vecchie. E’ raro che gli operatori lavorino in un’ottica comune e gli interventi siano tempestivi”. Colpa anche dei giudici, che non organizzano l’èquipe? Dipende dai casi, ma a volte nemmeno ricevono gli operatori che lo chiedono”. Soprattutto, però in Italia resiste secondo la Carollo una falsa cultura dell’infanzia: “Da noi prima di decidere se allontanare il piccolo da una famiglia palesemente negativa si cercano prove e riprove. E’ necessario arrivare a una diagnosi precoce: se padre o madre hanno qualche risorsa è giusto aiutarli a maturare, ma altrimenti perché perdere tempo? Intanto che il genitore “cresce”, il bambino nell’istituto, o peggio ancora in quella casa, muore”: E dal futuro c’è poco da sperare. “Le nuove proposte di legge tutelano più al famiglia che il bambino e la riforma dei servizi sociali fa acqua da tutte le parti”.