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TUTTI A CASA STORIA DI LUCIA CRESCIUTA IN UN ISTITUTO TESTIMONIANZE STORIA DI LUCIA, CRESCIUTA IN UN ISTITUTO “ Quel che non ho avuto ” Ho ricordi di persone cattive, ma anche di figure poi importanti per tutta la mia vita. Oggi Lucia ha 40 anni, è sposata e ha tre figli di 10, 6 e 2 anni. La sua storia, che racconta a patto dell’anonimato, ha una particolarità che l’attraversa. A cominciare dal: C’era una volta di una bambina i cui primi ricordi coincidono con gli stanzoni freddi e i letti alti di un istituto. Mia madre -racconta Lucia- era infermiera e mio padre apparteneva a una classe sociale elevata. Avevano avuto due figlie, ma di matrimonio non s’era parlato, la famiglia di lui non voleva. Poi se ne è andato e dentro di me è rimasta l’idea di un padre morto. La mamma di Lucia è morta di tumore quando lei aveva 14 anni e sua sorella 21. Oggi, 26 anni dopo, Lucia la cita spesso, racconta di assomigliarle molto fisicamente e di ricordare quando andava a trovarla in istituto; “I suoi regali mi venivano regolarmente sequestrati. Purtroppo una suora era sempre presente al colloquio, appena io raccontavo qualcosa che mi aveva rattristato, interveniva per mitigare le mie parole e rassicurare la mamma. Mi spiace dirlo, ma il ricordo che ho è anche di persone cattive, che arrivavano a punirti mettendoti in ridicolo o che ti portavano al mercato a fare spesa per usarti in modo pietistico”. Ma gli istituti, nel ricordo di Lucia, non hanno solo tratta drammatici: “Alle Stelline di Milano, dove mi hanno trasferita a 10 anni, ho trovato due persone che sono rimaste figure importanti in tutta la mia vita, la direttrice e lo psicologo. Mi ricordo che mi piacquero subito perché non forzavano in nulla. Mi ascoltavano e mi incoraggiavano. Mi hanno aiutato a incanalare quelle reazioni “di sopravvivenza” che a poco a poco avevo imparato ad avere in energia positiva per resistere al dolore e alle difficoltà. Non so se avrei potuto resistere alla perdita di mia madre, senza di loro”. C’è un’altra figura che Lucia cita spesso, una zia che “non rappresenta un legame di sangue, ma è forte uguale” che ha incontrato nella famiglia in cui ha vissuto dopo aver compiuto i diciotto anni. “Avevo un lavoro di maestra d’asilo, ma non sapevo dove andare. Attraverso una serie di combinazioni sono stata accolta in questa famiglia numerosa, che mi ha permesso di sperimentare situazioni per me nuove e di allontanare la profonda solitudine in cui ho vissuto l’infanzia. Dimenticare, invece, è impossibile; non puoi dimenticare quel che non hai avuto, la quotidianità dei piccoli gesti, la mamma che ti aspetta a pranzo, il papà che ti saluta prima di andare a letto, qualcuno che ti sgrida, che ti chiede come stai”. r.m. - da Famiglia Cristiana – 1999 TESTIMONIANZE TUTTI A CASA Ci sono parole che passano di moda prima ancora che subiscano il medesimo destino i concetti che accompagnano. Molti parlano di dolori e sofferenze: in qualche modo si vorrebbe non pronunciarle più, quasi che si potesse provocare l’incantesimo di far sparire anche la realtà che rappresentano. ONRFANOTROFI, si diceva un tempo e poi non si è detto più. Strutture residenziali educativo-assistenziali si scrive oggi come spiega l’indagine del Centro Nazionale di documentazione e di analisi per l’infanzia, ma in fondo si vuol indicare cosa. Perché i tempi sono cambiati ma gli “innocenti” (come venivano definiti i bambini in uno degli istituti storici, l’Ospedale degli innocenti di Firenze) quelli sì, ci sono ancora. Figli di nessuno, “esposti”, “abbandonati” erano gli ospiti di un tempo, sostituiti oggi dai bambini allontanati da genitori violenti o che non sono in grado di prendersene cura, dai figli di tossicodipendenti, di madri extracomunitarie che lavorano come colf, o di coppie che hanno raggiunto livelli di conflitto tali da arrivare a usare i bambini come “armi”, come oggetti da lanciare, per poi riprenderli e dimenticarli di nuovo… Le chiamano “nuove povertà”, ma le sofferenze sono sempre quelle, anche se le strutture non sono più le stesse di un tempo, (…) Chi sono e da dove vengono questi bambini? Ecco le domande che rimangono aperte. Al momento è da segnalare l’importanza di questa prima indagine, che molti invocano da tempo. A lungo è stata citata una cifra, 40.000 bambini, a cui si sarebbe “scesi” dagli oltre 200.000 ospiti che si contavano circa venticinque anni fa. Ma dati certi non erano finora disponibili. “La rilevazione, che ha preso in considerazione il periodo tra l’1 gennaio e il 30 giugno 1998, ha individuato realtà uguali che portano nomi diversi e viceversa, spiega Stefano Ricci, del Centro nazionale di documentazione: “Abbiamo registrato circa 1.900 strutture. La realtà del paese in questo settore è assai variegata, anche se abbiamo potuto constatare la tendenza alla diminuzione della presenza di grandi istituti. Il 75 per cento del totale ospita da 1 a 10 minori, il 15 per cento da 11 a 20, mentre il restante 10 per cento accoglie un numero di ragazzi superiore a 20. I bambini assistiti negli istituti al 30 giugno 1998 sono risultati 14.440. Con gli ultimi dati ancora in via di rilevazione potrebbero presumibilmente diventare 16.000. Più della metà (il 54 per cento) è rappresentata da ragazzini tra i 7 e i 14 anni, mentre i quindici-diciottenni rappresentano il 32 per cento e i piccoli (sotto i sei anni) il 14 per cento. I primi dati della ricerca rendono conto anche di profonde differenze geografiche, con punte di presenze nelle regioni meridionali (in testa a tutte la Sicilia, dove vive il 15, 5 per cento del totale dei bambini istituzionalizzati) e in Lombardia (13,5 per cento). Anche se, mettendo in relazione i risultati della ricerca con il numero dei minori residenti in ciascuna regione, la classifica muta e vede in testa la Calabria (con 0,27 per cento) e dalla Sicilia (0,20 per cento). A queste prime stime spiega Stefano Ricci, segue ora la fase di verifica e di confronto che stiamo facendo con le regioni, per incrociare i dati, tenendo conto che la rilevazione non riguarda le strutture sanitarie e i convitti. Anche i collegi, in cui vivono molti ragazzi che studiano lontano da casa, non sono stati presi in considerazione per ragioni di chiarezza. Una scelta metodologica che comunque non contraddice i molti, psicologi, educatori e pedagogisti, che sottolineano il rischio di abbandono insito in alcune situazioni di “parcheggio”, per quanto costoso e “dorato” possa essere. Mettere tutto in un unico calderone sarebbe pericoloso, spiega Ricci. Mentre partendo dai dati delle ricerca è possibile riflettere sui diversi tipi di struttura residenziale educativo-assistenziale, e quindi affrontare con chiarezza questo tema e ragionare sulla qualità dell’accoglienza. La riflessione sulla qualità ha favorito negli ultimi decenni la nascita di numerose iniziative alternative al ricovero in istituto. Se un bambino non ha una famiglia propria, si sono chiesti in molti, perché non spalancargli le porte di un’altra? L’affido, in primo luogo. È diventato, prima con fatica e poi sempre più agevolmente (almeno in alcune aree del Paese), un generoso servizio da parte delle famiglie, delle associazioni e dei Comuni. Evitare che migliaia di bambini trascorrano gli anni fondamentali della vita in istituto è, del resto, uno dei propositi che lo stesso dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio si è proposto. E’ scritto, infatti, nel Rapporto sulla condizione dei minori in Italia: <L’istituto, anche il migliore, non è in grado di dare risposte adeguate ai fondamentali bisogni del minore. Può certo appagare il bisogno di protezione dal caldo e dal freddo, il bisogno di ottenere il nutrimento gli è indispensabile per la crescita fisica, di avere quell’ambiente igienicamente adeguato che lo protegge dalla malattie, di essere istruito a livello scolastico. Ma non è in grado di dare risposte esaustive a quello che è il bisogno primario di un soggetto in età evolutiva: realizzare in modo compiuto un regolare processo di identificazione personale e di socializzazione>. Capita spesso che un bambino venga allontanato dai genitori per un breve periodo. Ma altrettanto spesso succede che la permanenza in istituto si allunghi. La ricerca segnala che il 28 per cento dei bambini vivono in queste strutture per un periodo che va dai tre mesi a un anno, mentre il 21 per cento si ferma da uno a due anni, il 28 per centro da due a cinque e il 12 per centro oltre i cinque anni. Da qualunque punto si osservi il problema, come ha più volte osservato il Coordinamento nazionale “Dalla parte dei bambini”, si giunge alla conclusione dell’urgenza di un impegno da parte delle istituzioni a favore di un’accoglienza “famigliare”. Anche in questo settore, tuttavia, occorrerebbe fare una chiarezza che favorisca l’uniformità di trattamento, per evitare che un bambino sfortunato lo sia ancora di per essere nato in una zona “sbagliata”. |
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