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IL DISAGIO GIOVANILE [modifica]
il disagio giovanile
Egregio Direttore,
Purtroppo il disagio giovanile si sta sempre più accentuando, si dice che a monte di questo fenomeno ci sia da parte dei giovani, (ma io dico da parte della società) una perdita di valori, quei cari e sani valori, che i genitori di una volta bene o male trasmettevano ai propri figli.
Ma erano indubbiamente altri tempi, tempi dove oltre alla solidarietà (quella vera per intenderci, non quella camuffata d’oggi giorno) c’era nel giovane uno spirito di sacrificio e quella umiltà che rendeva la persona importante per quello che era veramente e non per quello che possedeva.
Ora invece, con il consumismo portato ai massimi livelli di massificazione prevale l’esibizionismo e un possesso esasperato delle cose che dovrebbero sopperire alla insoddisfazione ed ad una fragilità di fondo.
Il disagio comunque non è solo giovanile, per esempio conosco persone che gestendo la propria vita basata sul qualunquismo, sulla ipocrisia esistenziale, poi per sfogare l’inquietudine, le paure, si rifugiano in regali, facendo spese per sé, per lo più voluttuarie, ma che essendo proprio voluttuarie danno alla persona un senso di momentaneo benessere, di potere, di visibilità, di possesso esteriore.
Questa immatura prassi la si può purtroppo riscontrare anche nei giovani che si differenziano dagli adulti, solo per la loro estrema fragilità, che in alcuni casi determina effetti devastanti: da quello criminale, a quello autolesionista, a quello edonista o a quello, e questi sono i più fragili, del suicidio in quanto la morte è intesa come una liberazione.
Per combattere questo gravissimo fenomeno che purtroppo sta prendendo dimensioni allarmanti anche nel nostro Paese, in questi mesi si sta discutendo al Senato un disegno di Legge, che vede interventi volti a prevenire il disagio giovanile introducendo la possibilità di un aiuto psicologico nelle scuole per sostenere gli studenti nelle difficoltà proprie dell’età evolutiva.
Vere e proprie patologie traumatiche, che se non decodificate in tempo, accompagneranno il soggetto per tutta la vita.
Nella declaratoria si prevede che siano le stesse istituzioni scolastiche che dovranno monitorare tempestivamente, con l’aiuto degli stessi genitori, qualunque sintomo di disagio degli alunni e programmare gli interventi necessari.
Questo disegno di legge, che personalmente, ritengo importantissimo se sarà attuato con serietà, con professionalità e con un adeguato controllo, sono convinto che potrà aiutare veramente tanti minori, che per ragioni familiari, o di non facili rapporti interpersonali si trovano ad avere un disperato bisogno di aiuto.
La speranza è che, si accorcino i tempi burocratici per approvare il testo di legge in questione, perché il tempo è il vero nemico di questi ragazzi, infatti è lo stesso fattore di crescita che risulta per i minori negativo in quanto poi diventa sempre più difficile fare opera di sostegno.
Concludendo, posso dire, che avendo avuto la possibilità in questi anni di vedere molte situazioni concernenti il disagio giovanile, posso affermare che tale problematica non è da imputare ai soli giovani, ma bensì soprattutto agli adulti, che non sono più i depositari di quei sacrosanti valori (di cui parlavo all’inizio di questa mia lettera), ma sono diventati loro stessi, gli adulti, portatori di disagio e tutto ciò, per il giovane, non avendo validi modelli, è fonte di un profondo malessere esistenziale.
(Lettera pubblicata dal giornale locale “La Provincia” 1997)
TESTIMONIANZE
Ragazzina tappezza la città di manifesti
“ Cerco famiglia per il giorno di Natale ”
Voglio una famiglia. Difficile che Babbo Natale riesca a trovare in fondo al suo sacco un regalo così impegnativo. Ma Mary Walker ci ha provato egualmente.
Sedici anni, occhi chiari e guanti senza dita come la piccola fiammiferaia della storia, la ragazzina inglese ha tappezzato i muri salmastri di Blackpool con la sua richiesta.
“Cercasi qualcuno che mi sorrida e mi voglia bene per Natale, ha scritto Mary su un centinaio di poster. Poi li ha colorati, li ha arrotolati, ha inforcato la bicicletta e ha fatto il giro del centro chiedendo a negozianti e uffici di poterli appendere negli angoli più in vista. S’è costruita così la campagna pubblicitaria più economica e probabilmente più efficace di fine secolo, ha realizzato da autodidatta un messaggio in grado di bucare le coscienze più di uno spot miliardario.
In questi giorni di stress da regalo c’è chi cerca un taxi, chi un magnum di champagne e chi una ruota di Wolkswagen. Lei, abbandonata in un istituto dai suoi genitori, cerca una famiglia adottiva e ha una certa fretta: “Natale s’avvicina, io sono molto sola e triste” - ha detto ai giornalisti – “Ma so che lì fuori c’è qualcuno che potrebbe cambiare la mia situazione. Ho deciso di mettere gli annunci per accelerare l’incontro: forse ce la farò per la vigilia”.
Mary Walker ha perso la madre e non sa chi sia suo padre. Da quando è nata cerca qualcuno da abbracciare forte, da undici mesi vive in un orfanatrofio, proprio lì è nata l’idea. Anche gli istituti per minori durante le feste si svuotano: nel gelido refettorio con le pareti di fòrmica beige, a guardare la broda galeggiare nel piatto sono rimaste in cinque. Lei, la sua amica Diane e le tre zitellone che mandano avanti la baracca. Le altre 38 ragazze se ne sono andate fra venerdì e ieri: Jane con le trecce rosse se l’è portata via lo zio di Londra; la taciturna Francine è andata a stare dai nonni; Elizabeth, che racimolava qualche penny rifacendo i letti, ha salutato tutti dal finestrino dell’auto di amici. Nessuna chiamata per Mary. Eppure anche lei ha dei parenti.
“I miei nonni materni sono anziani e malati. Per qualche tempo mi hanno tenuto con loro, ma gli assistenti sociali li hanno convinti che sarei stata meglio qui. Vivono a Lancaster e hanno già tanti problemi. Ho l’età in cui bisogna cavarsela da soli”.
A Hollywood, in una situazione del genere, si materializzerebbe un maggiordomo con la faccia di Peter Sellers e rivelerebbe a Mary che i suoi antenati erano, dei principi di Pomerania. Partenza in limousine verso un castello nella foresta, musica con spreco di violini, lacrime in sala, merry christmas finale. Più difficile che qualcosa di simile avvenga a Blackpool, cittadina spazzata dal vento del mar d’Irlanda, già sufficientemente triste e gelida d’estate per esserlo di meno con le luminarie.
Gli assistenti sociali che seguono la ragazza e che da tempo sono impegnati invano nel trovarle una famiglia, approvano la sua iniziativa pubblicitaria. Una specie di ultima carta da giocare. “E’ molto importante per lei avere dei genitori e noi l’ammiriamo per la sua determinazione” commenta il portavoce dei servizi sociali della municipalità di Blackpool.
Sulle caratteristiche della famiglia la ragazzina sembra non avere preferenze. “Non ho nessuna pretesa in materia di genitori adottivi, Non m’importa che siano giovani o vecchi, che abbiano già figli o no. E non devono abitare a Buckingham Palace. Una piccola casa andrebbe benissimo, purchè sia una casa”.
E se la campagna di Mary Walker, fallirà? “Dovrò passare il Natale in istituto in compagnia del personale e di Diane, l’unica altra giovane rimasta qui in questi giorni. Non ho niente contro di loro, ma stare qui non è lo stesso che stare in famiglia”.
Ogni mattina lei fa il giro della città per verificare che i manifesti siano al loro posto; sostituisce quelli strappati dal vento e infradiciati dalla pioggia. Poi torna in istituto e aspetta davanti al telefono. “Là fuori c'è la soluzione”, ripete.
Purtroppo là fuori, in questi giorni, sono molti a passare, ma in pochi a leggere.
dal quotidiano “Il Giornale” 1999
TESTIMONIANZE
QUEI CENTO CHE NESSUNO VISITA
E’ possibile che alle soglie del 2000 non si conosca nulla di un bambino che vive in istituto, che non sia possibile sapere se i genitori lo vanno a trovare o se, nel caso che sia orfano, ci sia un progetto per preparagli un futuro migliore? Si, risponde l’Anfaa, L’Associazione Nazionale famiglie adottive e affidatarie. Racconta Maria Grazia Floridi, consigliere nazionale: “Abbiamo di recente denunciato la drammatica situazione fotografata dai dati sui bambini che vivono negli istituti della Lombardia. Di 117 non si hanno notizie né riguardo alla frequenza delle visite dei familiari né riguardo i rientri a casa”. Secondo i dati forniti dal Settore Famiglia e Politiche Sociali della Regione Lombardia, al 31 dicembre 1996 erano ospitati in istituto 766 ragazzi, a cui vanno aggiunti i 1476 che vivevano in comunità, per un totale di 2.242 bambini, 1498 di più dell’anno precedente. I dati tristemente significativi - spiega Maria Grazia Floridi - riguardano i rientri a casa. E’ vero che su 766 bambini 364 rientrano a casa una volta la settimana, ma 88 lo fanno una volta ogni 15 giorni, 33 una volta al mese, 42 una volta ogni 6 mesi, e 176 non rientrano mai. Di questi, quasi 100 non ricevono mai una visita. Chi sono questi 100 piccoli costretti a vivere in un ambiente sicuro ma anonimo, senza il calore di un rapporto famigliare? “Abbiamo chiesto al Tribunale per i minorenni” risponde Maria Grazia Floridi “che in attuazione a quanto disposto dall’articolo 9 della legge 184 sull’adozione, vengono effettuati accertamenti immediati sui minori ricoverati in strutture, a partire da quelli che non hanno alcun rapporto con i familiari. L’Anfaa lombarda ha inviato richieste anche alla Regione Lombardia e agli enti locali: “Alla prima chiediamo il rilancio degli aiuti socio-economici ed educativi alle famiglie d’origine, degli affidamenti familiari, delle adozioni e delle piccole comunità di tipo familiare. I comuni dovrebbero con urgenza favorire l’accoglienza familiare dei bambini ricoverati, a partire dai più piccoli”.
da “Famiglia Cristiana” – a firma: r.m.
TESTIMONIANZE
Bambini e coppie, partita persa
Il rapporto di 20 a 1 tra coppie in attesa di adottare un bambino italiano e bambini dichiarati adottabili è un dato clamoroso, determinatosi negli ultimi anni. In particolare, è nel 1997 che si raggiunge questa situazione che le oltre 21mila domande in attesa di risposta contro i 1.440 bambini dichiarati adottabili.
Ma come si è arrivati a questa fase di vero e proprio blocco delle adozioni nazionali? Semplice: con il crescere a dismisura delle richieste delle coppie a fronte del numero più o meno stabile dei piccoli adottabili. Nel 1993, ad esempio, le domande giacenti al 31 dicembre erano 14.524, i bambini adottabili 1.231; nel 1994 le domande crescono a 16.289 i bambini invece diminuiscono e diventano 1.051. L’anno successivo, 1995 le domande sono a quota 17512. I piccoli lievitano di qualche decina: 1148. Nel 1996, infine siamo quasi a 20mila domande (19.998) contro 1.359 bambini da adottare.
Ma il dato che dovrebbe far riflettere è il numero di minori che ogni anno entrano in istituto, che non accenna a fermarsi nonostante i ripetuti appelli a “svuotare” questi luoghi di sofferenza.
Persiste infatti in Italia la tendenza a realizzare un maggior numero di affidamenti in Istituto piuttosto che in famiglia (1.293 contro 922 nel 1997): su 25 tribunali che hanno emesso provvedimenti di affidamento di un minore fuori dalla famiglia di origine, 13 hanno decretato più ricoveri in istituto che affidamenti familiari; e in ben 7 tribunali gli affidamenti in famiglia sono stati meno della metà dei ricoveri in istituto.
Concludendo, i calcoli dunque, se 1.440 bambini sono entrati in famiglia, altri 1.293 hanno varcato le porte dell’istituto. Per quanto tempo, non è dato sapere.
dal settimanale “Vita” – 1999 |