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IL BILANCIO AMARO DI ERNESTO CAFFO TESTIMONIANZE BIMBI E DIRITTI DI CARTA - CONVENZIONE O.N.U. A OTTO ANNI DALL’APPLICAZIONE DELLA CONVENZIONE IL BILANCIO AMARO DI ERNESTO CAFFO. Convenzione Onu otto anni dopo. Il bilancio del professor Ernesto Caffo, fondatore di Telefono Azzurro, è amaro. <La storia della convenzione la dice lunga sull’impegno del nostro Paese>. Ricorda dal suo quartiere generale bolognese. Approvata nell’89, - l’Italia solo nel ’91 e il primo rapporto alle Nazioni Unite l’abbiamo presentato solo tre anni più tardi. Meritandoci severe critiche dalla Commissione di Ginevra - ricorda Caffo - che lo rinviò al mittente per le dovute correzioni. In pratica Dal settimanale Vita del 28 novembre 1997-
- - TESTIMONIANZE UNA FAMIGLIA E’ MEGLIO. COMUNQUE. Un tempo dei neonati si diceva: sono piccoli, non si accorgono. Basta che mangino, che siano curati e puliti. Ma adesso, no, non è più così. Anni di studi hanno dimostrato che i neonati capiscono, eccome. Non si può lasciarli mesi in istituto. Molto combattiva Gabriella Cappellaro, psicologa clinica, per 10 anni consulente presso il servizio affidi di Venezia di Vicenza e membro dell’Associazione “Bambino chiana aiuto”. Dice: “Gli istituti sono superati culturalmente, perché le conoscenze psicologiche e sociologiche ci dicono che è la famiglia il luogo fondamentale e privilegiato di crescita, un concetto che peraltro è stato fatto proprio dalla Costituzione e dalla Convenzione sui diritti dei bambini. In un istituto un bambino non può costruire relazioni soddisfacenti né provare il senso di appartenenza. E questo paradossalmente lo fa preferire al alcune famiglie, che in quelle affidatarie vedono un concorrente negli affetti. Invece di apprezzare l’aiuto di altri genitori, che si rendono disponibili a supplire a una serie di carenze momentanee, temono che il bambino faccia spiacevoli paragoni. Al contrario sappiamo bene che i ragazzi idealizzano sempre la propria famiglia, spesso anche quando i genitori li maltrattano”. I bambini, afferma Gabriella Cappellaro, sono “socialmente competenti” fin dai primi giorni. Devono poter costruire relazioni importanti, un’opportunità difficile da realizzare in istituti in cui la professionalità non può supplire alle regole del turn-over e dei contratti di lavoro. Talvolta si è sentito dire che è meglio così, perché nel caso del bambino da avviare all’adozione, è meglio che non si attacchi a nessuno. Ma tutto questo non ha senso: il male minore è una famiglia comunque, perché l’esperienza del calore e dell’affetto è sempre positiva. E’ un mattone, nella costruzione della vita di relazione, che poi rimane per sempre. Ricordiamoci che non ha senso dire che un bambino “si è adattato” bene, come se fosse stato addestrato. L’attaccamento è un’altra cosa. Una cosa che ti accompagna anche quando diventi adulto”. r.m. - da Famiglia Cristiana
TESTIMONIANZE Ragazzina tappezza la città di manifesti “ Cerco famiglia per il giorno di Natale ” Voglio una famiglia. Difficile che Babbo Natale riesca a trovare in fondo al suo sacco un regalo così impegnativo. Ma Mary Walker ci ha provato egualmente. Sedici anni, occhi chiari e guanti senza dita come la piccola fiammiferaia della storia, la ragazzina inglese ha tappezzato i muri salmastri di Blackpool con la sua richiesta. “Cercasi qualcuno che mi sorrida e mi voglia bene per Natale, ha scritto Mary su un centinaio di poster. Poi li ha colorati, li ha arrotolati, ha inforcato la bicicletta e ha fatto il giro del centro chiedendo a negozianti e uffici di poterli appendere negli angoli più in vista. S’è costruita così la campagna pubblicitaria più economica e probabilmente più efficace di fine secolo, ha realizzato da autodidatta un messaggio in grado di bucare le coscienze più di uno spot miliardario. In questi giorni di stress da regalo c’è chi cerca un taxi, chi un magnum di champagne e chi una ruota di Wolkswagen. Lei, abbandonata in un istituto dai suoi genitori, cerca una famiglia adottiva e ha una certa fretta: “Natale s’avvicina, io sono molto sola e triste” - ha detto ai giornalisti – “Ma so che lì fuori c’è qualcuno che potrebbe cambiare la mia situazione. Ho deciso di mettere gli annunci per accelerare l’incontro: forse ce la farò per la vigilia”. Mary Walker ha perso la madre e non sa chi sia suo padre. Da quando è nata cerca qualcuno da abbracciare forte, da undici mesi vive in un orfanatrofio, proprio lì è nata l’idea. Anche gli istituti per minori durante le feste si svuotano: nel gelido refettorio con le pareti di fòrmica beige, a guardare la broda galeggiare nel piatto sono rimaste in cinque. Lei, la sua amica Diane e le tre zitellone che mandano avanti la baracca. Le altre 38 ragazze se ne sono andate fra venerdì e ieri: Jane con le trecce rosse se l’è portata via lo zio di Londra; la taciturna Francine è andata a stare dai nonni; Elizabeth, che racimolava qualche penny rifacendo i letti, ha salutato tutti dal finestrino dell’auto di amici. Nessuna chiamata per Mary. Eppure anche lei ha dei parenti. “I miei nonni materni sono anziani e malati. Per qualche tempo mi hanno tenuto con loro, ma gli assistenti sociali li hanno convinti che sarei stata meglio qui. Vivono a Lancaster e hanno già tanti problemi. Ho l’età in cui bisogna cavarsela da soli”. A Hollywood, in una situazione del genere, si materializzerebbe un maggiordomo con la faccia di Peter Sellers e rivelerebbe a Mary che i suoi antenati erano, dei principi di Pomerania. Partenza in limousine verso un castello nella foresta, musica con spreco di violini, lacrime in sala, merry christmas finale. Più difficile che qualcosa di simile avvenga a Blackpool, cittadina spazzata dal vento del mar d’Irlanda, già sufficientemente triste e gelida d’estate per esserlo di meno con le luminarie. Gli assistenti sociali che seguono la ragazza e che da tempo sono impegnati invano nel trovarle una famiglia, approvano la sua iniziativa pubblicitaria. Una specie di ultima carta da giocare. “E’ molto importante per lei avere dei genitori e noi l’ammiriamo per la sua determinazione” commenta il portavoce dei servizi sociali della municipalità di Blackpool. Sulle caratteristiche della famiglia la ragazzina sembra non avere preferenze. “Non ho nessuna pretesa in materia di genitori adottivi, Non m’importa che siano giovani o vecchi, che abbiano già figli o no. E non devono abitare a Buckingham Palace. Una piccola casa andrebbe benissimo, purchè sia una casa”. E se la campagna di Mary Walker, fallirà? “Dovrò passare il Natale in istituto in compagnia del personale e di Diane, l’unica altra giovane rimasta qui in questi giorni. Non ho niente contro di loro, ma stare qui non è lo stesso che stare in famiglia”. Ogni mattina lei fa il giro della città per verificare che i manifesti siano al loro posto; sostituisce quelli strappati dal vento e infradiciati dalla pioggia. Poi torna in istituto e aspetta davanti al telefono. “Là fuori c'è la soluzione”, ripete. Purtroppo là fuori, in questi giorni, sono molti a passare, ma in pochi a leggere. dal quotidiano “Il Giornale” 1999 TESTIMONIANZE QUEI CENTO CHE NESSUNO VISITA E’ possibile che alle soglie del 2000 non si conosca nulla di un bambino che vive in istituto, che non sia possibile sapere se i genitori lo vanno a trovare o se, nel caso che sia orfano, ci sia un progetto per preparagli un futuro migliore? Si, risponde l’Anfaa, L’Associazione Nazionale famiglie adottive e affidatarie. Racconta Maria Grazia Floridi, consigliere nazionale: “Abbiamo di recente denunciato la drammatica situazione fotografata dai dati sui bambini che vivono negli istituti della Lombardia. Di 117 non si hanno notizie né riguardo alla frequenza delle visite dei familiari né riguardo i rientri a casa”. Secondo i dati forniti dal Settore Famiglia e Politiche Sociali della Regione Lombardia, al 31 dicembre 1996 erano ospitati in istituto 766 ragazzi, a cui vanno aggiunti i 1476 che vivevano in comunità, per un totale di 2.242 bambini, 1498 di più dell’anno precedente. I dati tristemente significativi - spiega Maria Grazia Floridi - riguardano i rientri a casa. E’ vero che su 766 bambini 364 rientrano a casa una volta la settimana, ma 88 lo fanno una volta ogni 15 giorni, 33 una volta al mese, 42 una volta ogni 6 mesi, e 176 non rientrano mai. Di questi, quasi 100 non ricevono mai una visita. Chi sono questi 100 piccoli costretti a vivere in un ambiente sicuro ma anonimo, senza il calore di un rapporto famigliare? “Abbiamo chiesto al Tribunale per i minorenni” risponde Maria Grazia Floridi “che in attuazione a quanto disposto dall’articolo 9 della legge 184 sull’adozione, vengono effettuati accertamenti immediati sui minori ricoverati in strutture, a partire da quelli che non hanno alcun rapporto con i familiari. L’Anfaa lombarda ha inviato richieste anche alla Regione Lombardia e agli enti locali: “Alla prima chiediamo il rilancio degli aiuti socio-economici ed educativi alle famiglie d’origine, degli affidamenti familiari, delle adozioni e delle piccole comunità di tipo familiare. I comuni dovrebbero con urgenza favorire l’accoglienza familiare dei bambini ricoverati, a partire dai più piccoli”. da “Famiglia Cristiana” – a firma: r.m. TESTIMONIANZE Bambini e coppie, partita persa Il rapporto di Ma come si è arrivati a questa fase di vero e proprio blocco delle adozioni nazionali? Semplice: con il crescere a dismisura delle richieste delle coppie a fronte del numero più o meno stabile dei piccoli adottabili. Nel 1993, ad esempio, le domande giacenti al 31 dicembre erano 14.524, i bambini adottabili 1.231; nel 1994 le domande crescono a 16.289 i bambini invece diminuiscono e diventano 1.051. L’anno successivo, 1995 le domande sono a quota 17512. I piccoli lievitano di qualche decina: 1148. Nel 1996, infine siamo quasi a 20mila domande (19.998) contro 1.359 bambini da adottare. Ma il dato che dovrebbe far riflettere è il numero di minori che ogni anno entrano in istituto, che non accenna a fermarsi nonostante i ripetuti appelli a “svuotare” questi luoghi di sofferenza. Persiste infatti in Italia la tendenza a realizzare un maggior numero di affidamenti in Istituto piuttosto che in famiglia (1.293 contro 922 nel 1997): su 25 tribunali che hanno emesso provvedimenti di affidamento di un minore fuori dalla famiglia di origine, 13 hanno decretato più ricoveri in istituto che affidamenti familiari; e in ben 7 tribunali gli affidamenti in famiglia sono stati meno della metà dei ricoveri in istituto. Concludendo, i calcoli dunque, se 1.440 bambini sono entrati in famiglia, altri 1.293 hanno varcato le porte dell’istituto. Per quanto tempo, non è dato sapere. dal settimanale “Vita” – 1999 TESTIMONIANZE CIECO,PUO’ ADOTTARE UN BIMBO Trento: professore vince la sua battaglia in corte d’Appello Trento – Anche un cieco può adottare un bambino. Lo ha stabilito la corte d’Appello di Trento, con una sentenza che rovescia un precedente verdetto del tribunale che era stato vissuto dall’interessato come <un’umiliazione per tutti i non vedenti>. Protagonista del caso è il professor Giuliano Beltrami, 44 anni, cieco dalla nascita: un handicap che non gli ha impedito di farsi strada come docente di lettere alle scuole medie nonché vicesindaco e ora consigliere comunale del suo paese, Storo, in Val Giudicaria. Dal 1980 l’insegnante è felicemente sposato con Maria Teresa, una professoressa di tedesco senza alcun problema alla vista. Due anni fa i coniugi, che non hanno figli, avevano fatto domanda di adozione internazionale. Nel febbraio scorso il tribunale respinse la richiesta, a causa del parere negativo di una psicologa. Ora, dopo una nuova perizia, i giudici di secondo grado hanno accolto il ricorso della coppia, dichiarandone l ‘idoneità all’adozione. <<Considero questa sentenza come un riscatto non solo mio personale, ma per tutti i non vedenti è il primo commento di Giuliano Beltrami -. Con il nostro piccolo caso specifico, io e mia moglie abbiano cercato di dimostrare che è possibile vincere i pregiudizi di un’Italia piena di buoni propositi che però, alla prova dei fatti, si incagliano negli ingranaggi di una burocrazia troppo spesso incomprensibile, se non disumana>>. Ora i due professori possono cominciare la ricerca concreta del loro futuro bambino: un minorenne straniero << in stato di abbandono morale e materiale>>, che all’inizio verrà accolto in preaffidamento. Due anni fa ricorda Beltrami, emozionatissimo volevamo adottare un orfano colombiano, seguendo l’esempio fortunato di due nostri amici. Ora chiediamo solo di dare una famiglia a uno dei tanti bimbi poverissimi del terzo mondo. Bianco, nero o giallo, a noi non interessa: basta che sia bisognoso. La bocciatura in tribunale, tre mesi fa, era suonata come “un’umiliazione” per il professore che dopo anni di impegno nell’assistenza a non vedenti, agli anziani e ai disabili, oggi è presidente del consorzio delle cooperative sociali del Trentino: << Al di là della nostra sofferenza individuale, il problema era il messaggio negativo che quella sentenza lanciava a tutte le coppie nella stessa situazione. E' stato molto difficile e imbarazzante accettare di mettere in gioco il mio handicap, di divulgare una condizione che di regola si tende a coprire nella sfera dell’intimità. Ma bisognava pure che qualcuno trovasse la forza di uscire allo scoperto, di fare del proprio caso una bandiera>>. Il giudizio d’appello, spiega il professore, è stato risolto da “una relazione favorevolissima di una psicologa di Verona che, dopo sei colloqui, ha concluso che la cecità non è un problema risolutivo; anzi che io dimostro di aver sviluppato, cito testualmente, “ un rapporto molto equilibrato con il mio handicap”. E questo è un giudizio utile per tutti i ciechi”. Conclude il futuro papà adottivo: “ E’ giusto che lo Stato controlli a fondo le adozioni. Mi auguro però che questo precedente contribuisca a rafforzare il principio per cui non bisogna cercare un’inesistente coppia modello, ma semplicemente una famiglia normale. Senza mai dimenticare che la cecità è solo uno status, non una malattia né una vergogna da nascondere. I PRECEDENTI LUGLIO ‘95 Con una sentenza che ribalta la decisione della corte d’Appello MARZO ’96 Ad Acireale (Catania) una suora vuole adottare un bambino che ha allevato prima che fosse affidato a una coppia, ma si vede bocciare la richiesta. GIUGNO ’97 No a due coniugi Siciliani che vogliono adottare un bimbo. Motivo: hanno già una figlia handicappata. FEBBRAIO ’98 Nel Bergamasco un padre, separato dalla moglie, vuole mantenere i 3 figli, affidati ai nonni dal tribunale, ma i servizi sociali si oppongono. APRILE ’98 FEBBRAIO ’99 Professore non vedente vuole adottare con la moglie un bimbo. Il tribunale si oppone. Ieri la sentenza che autorizza l’adozione.. TESTIMONIANZE STORIA DI LUCIA, CRESCIUTA IN UN ISTITUTO “ Quel che non ho avuto ” Ho ricordi di persone cattive, ma anche di figure poi importanti per tutta la mia vita. Oggi Lucia ha 40 anni, è sposata e ha tre figli di 10, 6 e 2 anni. La sua storia, che racconta a patto dell’anonimato, ha una particolarità che l’attraversa. A cominciare dal: C’era una volta di una bambina i cui primi ricordi coincidono con gli stanzoni freddi e i letti alti di un istituto. Mia madre -racconta Lucia- era infermiera e mio padre apparteneva a una classe sociale elevata. Avevano avuto due figlie, ma di matrimonio non s’era parlato, la famiglia di lui non voleva. Poi se ne è andato e dentro di me è rimasta l’idea di un padre morto. La mamma di Lucia è morta di tumore quando lei aveva 14 anni e sua sorella 21. Oggi, 26 anni dopo, Lucia la cita spesso, racconta di assomigliarle molto fisicamente e di ricordare quando andava a trovarla in istituto; “I suoi regali mi venivano regolarmente sequestrati. Purtroppo una suora era sempre presente al colloquio, appena io raccontavo qualcosa che mi aveva rattristato, interveniva per mitigare le mie parole e rassicurare la mamma. Mi spiace dirlo, ma il ricordo che ho è anche di persone cattive, che arrivavano a punirti mettendoti in ridicolo o che ti portavano al mercato a fare spesa per usarti in modo pietistico”. Ma gli istituti, nel ricordo di Lucia, non hanno solo tratta drammatici: “Alle Stelline di Milano, dove mi hanno trasferita a 10 anni, ho trovato due persone che sono rimaste figure importanti in tutta la mia vita, la direttrice e lo psicologo. Mi ricordo che mi piacquero subito perché non forzavano in nulla. Mi ascoltavano e mi incoraggiavano. Mi hanno aiutato a incanalare quelle reazioni “di sopravvivenza” che a poco a poco avevo imparato ad avere in energia positiva per resistere al dolore e alle difficoltà. Non so se avrei potuto resistere alla perdita di mia madre, senza di loro”. C’è un’altra figura che Lucia cita spesso, una zia che “non rappresenta un legame di sangue, ma è forte uguale” che ha incontrato nella famiglia in cui ha vissuto dopo aver compiuto i diciotto anni. “Avevo un lavoro di maestra d’asilo, ma non sapevo dove andare. Attraverso una serie di combinazioni sono stata accolta in questa famiglia numerosa, che mi ha permesso di sperimentare situazioni per me nuove e di allontanare la profonda solitudine in cui ho vissuto l’infanzia. Dimenticare, invece, è impossibile; non puoi dimenticare quel che non hai avuto, la quotidianità dei piccoli gesti, la mamma che ti aspetta a pranzo, il papà che ti saluta prima di andare a letto, qualcuno che ti sgrida, che ti chiede come stai”. r.m. - da Famiglia Cristiana – 1999 TESTIMONIANZE TUTTI A CASA Ci sono parole che passano di moda prima ancora che subiscano il medesimo destino i concetti che accompagnano. Molti parlano di dolori e sofferenze: in qualche modo si vorrebbe non pronunciarle più, quasi che si potesse provocare l’incantesimo di far sparire anche la realtà che rappresentano. ONRFANOTROFI, si diceva un tempo e poi non si è detto più. Strutture residenziali educativo-assistenziali si scrive oggi come spiega l’indagine del Centro Nazionale di documentazione e di analisi per l’infanzia, ma in fondo si vuol indicare cosa. Perché i tempi sono cambiati ma gli “innocenti” (come venivano definiti i bambini in uno degli istituti storici, l’Ospedale degli innocenti di Firenze) quelli sì, ci sono ancora. Figli di nessuno, “esposti”, “abbandonati” erano gli ospiti di un tempo, sostituiti oggi dai bambini allontanati da genitori violenti o che non sono in grado di prendersene cura, dai figli di tossicodipendenti, di madri exracomunitarie che lavorano come colf, o di coppie che hanno raggiunto livelli di conflitto tali da arrivare a usare i bambini come “armi”, come oggetti da lanciare, per poi riprenderli e dimenticarli di nuovo… Le chiamano “nuove povertà”, ma le sofferenze sono sempre quelle, anche se le strutture non sono più le stesse di un tempo, (…) Chi sono e da dove vengono questi bambini? Ecco le domande che rimangono aperte. Al momento è da segnalare l’importanza di questa prima indagine, che molti invocano da tempo. A lungo è stata citata una cifra, 40.000 bambini, a cui si sarebbe “scesi” dagli oltre 200.000 ospiti che si contavano circa venticinque anni fa. Ma dati certi non erano finora disponibili. “La rilevazione, che ha preso in considerazione il periodo tra l’1 gennaio e il 30 giugno A queste prime stime spiega Stefano Ricci, segue ora la fase di verifica e di confronto che stiamo facendo con le regioni, per incrociare i dati, tenendo conto che la rilevazione non riguarda le strutture sanitarie e i convitti. Anche i collegi, in cui vivono molti ragazzi che studiano lontano da casa, non sono stati presi in considerazione per ragioni di chiarezza. Una scelta metodologica che comunque non contraddice i molti, psicologi, educatori e pedagogisti, che sottolineano il rischio di abbandono insito in alcune situazioni di “parcheggio”, per quanto costoso e “dorato” possa essere. Mettere tutto in un unico calderone sarebbe pericoloso, spiega Ricci. Mentre partendo dai dati delle ricerca è possibile riflettere sui diversi tipi di struttura residenziale educativo-assistenziale, e quindi affrontare con chairezza questo tema e ragionare sulla qualità dell’accoglienza. La riflessione sulla qualità ha favorito negli ultimi decenni la nascita di numerose iniziative alternative al ricovero in istituto. Se un bambino non ha una famiglia propria, si sono chiesti in molti, perché non spalancargli le porte di un’altra? L’affido, in primo luogo. È diventato, prima con fatica e poi sempre più agevolmente (almeno in alcune aree del Paese), un generoso servizio da parte delle famiglie, delle associazioni e dei Comuni. Evitare che migliaia di bambini trascorrano gli anni fondamentali della vita in istituto è, del resto, uno dei propositi che lo stesso dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio si è proposto. E’ scritto, infatti, nel Rapporto sulla condizione dei minori in Italia: <L’istituto, anche il migliore, non è in grado di dare risposte adeguate ai fondamentali bisogni del minore. Può certo appagare il bisogno di protezione dal caldo e dal freddo, il bisogno di ottenere il nutrimento gli è indispensabile per la crescita fisica, di avere quell’ambiente igienicamente adeguato che lo protegge dalla malattie, di essere istruito a livello scolastico. Ma non è in grado di dare risposte esaustive a quello che è il bisogno primario di un soggetto in età evolutiva: realizzare in modo compiuto un regolare processo di identificazione personale e di socializzazione>. Capita spesso che un bambino venga allontanato dai genitori per un breve periodo. Ma altrettanto spesso succede che la permanenza in istituto si allunghi. La ricerca segnala che il 28 per cento dei bambini vivono in queste strutture per un periodo che va dai tre mesi a un anno, mentre il 21 per cento si ferma da uno a due anni, il 28 per centro da due a cinque e il 12 per centro oltre i cinque anni. Da qualunque punto si osservi il problema, come ha più volte osservato il Coordinamento nazionale “Dalla parte dei bambini”, si giunge alla conclusione dell’urgenza di un impegno da parte delle istituzioni a favore di un’accoglienza “famigliare”. Anche in questo settore, tuttavia, occorrerebbe fare una chiarezza che favorisca l’uniformità di trattamento, per evitare che un bambino sfortunato lo sia ancora di per essere nato in una zona “sbagliata”. TESTIMONIANZE TROPPI MINORI PRIGIONIERI DEI NOSTRI RITARDI Milano. Bambini parcheggiati in istituto in attesa di una famiglia adottiva che restituisca loro un’infanzia negata. Bambini dimenticati per anni, nell’attesa vana che i loro genitori mettano la testa a posto e si ricordino di volergli bene. Intanto passano gli anni, i più delicati nella vita di un uomo, quelli che lasceranno un segno. E tanti, troppi bambini in quell’orfanotrofio fanno in tempo a diventare ragazzi, a volte persino a raggiungere la maggiore età, prima che un Tribunale prenda la decisione che avrebbe cambiato la loro vita. Perché? Troppi operatori aspettano passivamente che una coppia faccia domanda di adozione, dice Rosalba De Luca, responsabile dell’ufficio affidi del Comune di Catania, invece soprattutto per i casi più difficili, come per i bambini malati o traumatizzati, occorre che gli assistenti sociali si mettano in cerca della famiglia giusta, facciano conoscere il caso, spesso l’accoglienza nasce inaspettata, quando si viene a sapere che un minore è solo….” Dovrebbe essere una missione più che un mestiere, ma non sempre è così: Spesso manca la collaborazione tra assistenti sociali e giudici del Tribunale dei minori. Così tra la segnalazione di un caso critico e la dichiarazione di adottabilità di un bambino passa tanto tempo che a volte ne va della sua salute mentale”. Quando va bene, un anno: Inoltre qui al Sud – continua la responsabile dell’ufficio affidi una malintesa cultura della famiglia a tutti i costi crea “catene” di genitori inadeguati. Alla fine abbiamo intere dinastie di maltrattati: basterebbe conoscere la storia di queste famiglie per stabilire in tempi rapidi di togliere loro il minore, invece si cerca per anni di salvare il salvabile. Così la catena va avanti…”E’ giusto tentare di tutto perché la famiglia resti unita, ma non all’infinito: “Da noi il Tribunale non concede l’affido lungo nemmeno se i genitori hanno un’insufficienza mentale permanente”. Di fondo manca un’intesa: “Non ci si incontra sul concetto di abbandono. A volte si pensa che se la madre è in vita in fondo c’è, quando in realtà può essere più assente che da morta”. E tante altre cose non funzionano: “I giudici non esigono dal servizio sociale le relazioni entro i tempi stabiliti. Gli psicologi con il pretesto della privacy non stilano le loro diagnosi. Gli operatori con il pretesto della privacy non stilano le loro diagnosi. Gli operatori non eseguono le verifiche periodiche…” Si dice sempre che al Nord va meglio le fa eco Liliana Carollo, assistente sociale a Vicenza, da oltre 30 anni impegnata sul fronte dell’infanzia, invece i tempi sono eterni non certo a misura di bambino”. Anche qui tanti gli ingranaggi difettosi: “Al di là dell’oggettiva difficoltà delle situazioni che incontriamo, pesa la disorganizzazione dei servizi sociali: psicologi ed assistenti si succedono in un continuo turn over”, sa, il nostro è un lavoro stressante, che non ha orari…” Una missione, appunto, ma non tutti sono all’altezza”: “Ogni volta che cambia l’operatore il bambino perde un punto di riferimento, il lavoro sulla famiglia ricomincia da zero, le nuove relazioni per il tribunale contraddicono le vecchie. E’ raro che gli operatori lavorino in un’ottica comune e gli interventi siano tempestivi”. Colpa anche dei giudici, che non organizzano l’èquipe? Dipende dai casi, ma a volte nemmeno ricevono gli operatori che lo chiedono”. Soprattutto, però in Italia resiste secondo |
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